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» Trento 08.05.2009
| Convegno "Valutare apprendimenti, valutare contesti"
Tavola Rotonda 1. "Valutare
gli adulti della scuola nel loro contesto"
Intervento di: Anna
Maria Ajello, “Sapienza” Università
di Roma
“VALUTARE PER MIGLIORARE”
Effettuare valutazioni nel sistema scolastico italiano
rappresenta una questione particolarmente spinosa sia che riguardi
gli esiti degli alunni, come ad esempio le ricorrenti notazioni
negative che seguono la divulgazione dei risultati italiani alle
prove internazionali, sia che riguardi la valutazione del personale
in servizio come i dirigenti scolastici e i docenti.
Si tratta, come è ovvio di un tema complesso
perché richiede l’assunzione di un presupposto fondamentale,
quello di dover dar conto dei risultati del proprio lavoro, ma al
tempo stesso punta l’attenzione sull’oggetto della valutazione
e sulle procedure che si adottano per la misurazione.
Ciò rappresenta un punto dolente perché
chiama in causa l’autenticità e la sensatezza di ciò
che viene valutato, vale a dire se quello che si sottopone a valutazione
è in grado di rappresentare davvero ciò che caratterizza
l’operato quotidiano dei dirigenti e dei docenti.
Va inoltre detto subito che per i dirigenti scolastici sono in atto
da qualche anno sperimentazioni di modalità di valutazione
su cui è possibile avanzare alcune considerazioni; per i
docenti invece, ancora non sono state realizzate neppure in via
sperimentale, innovazioni di questo tipo.
In ciò che segue farò riferimento a queste due figure
– dirigenti e docenti - separatamente per esporre alcune considerazioni
che mettano in luce la specificità della valutazione per
ognuna di loro.
Come per i dirigenti di altre organizzazioni, anche
per i dirigenti scolastici viene proposta una valutazione per obbiettivi,
vale a dire un modo a prima vista più liberale, che riconosce
al singolo il diritto di mettere in atto pratiche diverse e a suo
giudizio più opportune al fine di raggiungere gli obbiettivi
che sono stati assegnati. Così nel caso dei dirigenti scolastici
ciò vuol dire un’ampia libertà di azione durante
il ciclo di tempo previsto per la valutazione, passato il quale
il dirigente rende conto del raggiungimento dell’obbiettivo
assegnato. Questa procedura è in uso in alcune esperienze
e ha prodotto risultati interessanti, il più importante dei
quali è comunque l’interiorizzazione da parte del dirigente
scolastico della necessità di sottoporre il suo operato alla
valutazione di un soggetto esterno.
Ma la valutazione per obbiettivi si espone al rischio di rappresentare
soltanto una piccola parte, della normale attività quotidiana
del dirigente. Come abbiamo avuto modo di rilevare infatti, mediante
ricerche che hanno utilizzato la tecnica dello shadowing (fare da
ombra) di alcuni dirigenti scolastici, molta parte delle attività
è impiegata nel fluidificare le relazioni, fra insegnanti,
fra docenti e studenti, fra genitori e insegnanti, fra addetti all’amministrazione,
insomma nel far funzionare “la macchina della scuola”,
consentendo il normale svolgimento del lavoro di ciascuno. Non sembri
questa una banalizzazione del ruolo dirigenziale perché è
proprio in base all’autorevolezza del dirigente che si appianano
molte questioni.
Se torniamo alla valutazione e riflettiamo sui criteri usati per
valutare la dirigenza, ci si renderà conto che appare molto
lontana dalla quotidianità e dalle pratiche solitamente usate
nel lavoro.
Si evidenzia così la necessità di disporre di un modello
di valutazione che tenga conto di ciò che effettivamente
fa un dirigente e si fondi su una concezione della sua competenza
professionale che si radichi nelle caratteristiche del contesto
culturale e sociale in cui si viene erogata. Senza tale riferimento,
si rischia di avallare una concezione della valutazione come adempimento,
una sorta di compilazione di moduli e schede terminata la quale,
si riprende a fare il proprio lavoro quotidiano.
Ciò ha due rilevanti implicazioni, la prima relativa alla
svalutazione di ciò che si fa, visto che non è oggetto
di valutazione; la seconda è la banalizzazione del processo
di valutazione che così inteso finisce per avallare la concezione
di adempimento, per cui, tra l’altro, si brucia la possibilità
di utilizzare la valutazione per migliorare le pratiche quotidiane.
Se si tiene conto invece, della necessità di indurre la riflessività
sulle proprie pratiche di lavoro da parte di tutti coloro che stanno
a scuola, di ampliare la governance della scuola proprio coinvolgendo
docenti, genitori e i diversi stakeholders, di promuovere il miglioramento
dell’offerta formativa si riconoscerà che l’insieme
delle attività del dirigente possono essere ricondotte in
queste tre aree generali. I risultati degli interventi realizzati
su questi tre piani potrebbero essere riconosciuti e valutati; in
tal modo inoltre, l’esito della valutazione non sarebbe tanto
una messa in gerarchia dei dirigenti dal migliore al peggiore, quanto
piuttosto l’individuazione dei margini di miglioramento che
ciascuno di loro può perseguire ulteriormente.
Diverso appare il caso della valutazione del lavoro degli insegnanti
perché va riconosciuto in primo luogo l’articolazione
dei compiti che attualmente sono chiamati ad espletare. Per tale
ragione possiamo distinguere una parte più specificamente
di competenza didattica che è data dalla ricchezza del loro
curriculum script, vale a dire delle alternative che conoscono per
insegnare la stessa cosa; lo script infatti, è il copione
che viene adattato, cambiato, integrato a seconda dei destinatari.
Arricchire il proprio curriculum script, documentando la varietà
di materiali a cui si può fare riferimento, collegandolo
alle caratteristiche degli studenti, rappresenta un modo in cui
si può riconoscere il progredire della competenza didattica
degli insegnanti.
C’è poi un’altra componente della professione
che è data dall’insieme di modalità di lavoro
che si realizzano in collaborazione con altri colleghi, finalizzando
le attività all’apprendimento degli studenti, essendo
disponibili allo scambio e alla discussione dei propri materiali
didattici, condividendo con loro alcuni punti fondamentali che ispirano
il proprio operato professionale.
Per entrambe le componenti, quella più individuale e quella
collettiva, ci possono essere criteri di verifica e valutazione,
sapendo tuttavia che per la parte individuale, così come
l’abbiamo caratterizzata, è preponderante una dimensione
cognitiva. Si sta lasciando in ombra per il momento, quella relazionale
con gli alunni che rappresenta un terreno molto delicato e per la
quale vanno individuate modalità di rilevazione in primo
luogo, al fine di poter intervenire per gli eventuali supporti nei
casi di manifeste difficoltà, piuttosto che avviare direttamente
modalità di valutazione, proprio per la complessità
e la delicatezza di questa dimensione che implica aspetti emotivi
e sociali molto intrusivi, se considerati sotto il profilo della
valutazione.
La dimensione collettiva invece ha a che fare anche con aspetti
di clima, di disponibilità allo scambio, di tempo dedicato
per questo tipo di attività. La cura di tutti questi aspetti
inoltre è fondamentalmente un compito specifico del dirigente
scolastico che appare qui, ancora una volta, come l’elemento
fluidificatore delle relazioni, anche fra i docenti.
Una concezione complessa della valutazione infine, che tenga conto
di queste diverse dimensioni risulta la conditio sine qua non per
poter almeno iniziare a ragionare sensatamente su questi problemi;
ciò consente inoltre di inquadrarli nell’ottica di
promozione del miglioramento che deve essere l’obbiettivo
imprescindibile e primario di un sistema di valutazione messo in
atto da parte di un Ente Pubblico.
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