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» Trento 08.05.2009
| Convegno "Valutare apprendimenti, valutare contesti"
Tavola Rotonda 3. Valutare bambini/e ragazzi/e,
adolescenti
Intervento di: Laura
Bonica¸ Dipartimento di Psicologia, Università
di Torino
Le nostre riflessioni sulla valutazione partono
dallo studio di percorsi di circa 400 adolescenti torinesi (di prevalente
origine operaia e iscritti a percorsi professionalizzanti), in transizione
da scuole in cui hanno vissuto insuccessi, abbandoni e bocciature
a scuole in cui hanno potuto sperimentare un successo sia nei termini
di tenuta e riuscita, raggiungendo in buona parte la promozione
con voti medio-alti, sia di riconciliazione motivazionale all’apprendere
(Bonica, 2007, 2005; Bonica e Sappa, 2003, 2006, 2008).
Si tratta di dati sorprendenti sia sul piano dell’ “esito
oggettivo” sia su quello delle riflessioni soggettive che
hanno accompagnato il cambiamento degli adolescenti coinvolti. La
transizione “in atto” tra i due contesti scolastici,
ha infatti favorito in questi adolescenti una sorta di “doppia
descrizione” dei fenomeni collegati all’apprendimento,
basata sul confronto tra la propria esperienza “prima”
e “ora”.
Le principali indicazioni per la valutazione degli
adolescenti nel contesto scolastico, deducibili dall’analisi
di questo materiale si pongono a 2 livelli:
1. Da un lato si sono tratte indicazioni e spunti
che entrano nel merito dell’oggetto stesso della valutazione
con particolare riferimento alla necessità di contestualizzare
l’esito osservato di apprendimento e di teorizzare tale esito
non solo in termini del “sapere” acquisito, ma anche
della qualità del “rapporto” con esso stretto.
Tali riflessioni trovano collegamento con i lavori di ricerca che
intendono valutare, anche su ampia scala, gli esiti dell’apprendimento.
In questa direzione abbiamo ideato strumenti utili alla rilevazione
di tali aspetti.
2. Dall’altro sono emerse evidenze in merito
al come la valutazione sia qualcosa di assolutamente interno al
processo di apprendimento. Lo studio del materiale ha permesso così
di fare emergere alcuni fattori di cui occorrerebbe tener conto
nell’agire valutativo quotidiano.
Primo punto:
Il primo livello di riflessione parte quindi dal considerare come
i cambiamenti nel dominio dell’apprendimento non riguardino
solo “il sapere”, ma coinvolgano sempre anche il “rapporto
con il sapere” e più in generale gli orientamenti motivazionali
e la percezione di vivibilità del contesto di apprendimento
e quindi gli aspetti culturali e identitari che sottostanno al benessere/malessere
psicologico.
Una valutazione, che isoli le competenze, escludendo la percezione
del contesto in cui esse sono state apprese, sul piano della rilevazione
degli esiti, non rende conto della complessità legata all’apprendimento,
mentre, sul piano dei rispondenti, non fornisce elementi sufficienti
di feedback per apportare miglioramenti.
Sul piano della rilevazione degli esiti si rischia infatti di isolare
la riuscita nell’apprendimento, in termini di competenza acquisita,
dal senso che tale apprendimento ha assunto in termini culturali
ed identitari per il soggetto stesso, escludendo quindi la possibilità
di comprendere la funzionalità che tale apprendimento assume
in termini di crescita personale verso la vita adulta.
A supporto di ciò la letteratura presenta anche diversi studi
che sottolineano come riuscita e soddisfazione scolastica non siano
costrutti che si sovrappongano (Guzzetti, 2007, rapporto Iard sui
giovani; Masuelli, 2008); come lo sviluppo di una motivazione intrinseca
sia in parte indipendente dalla riuscita (Bonica, Sappa, Savarino,
2007); come lo sviluppo di un’identità “flessibile
e matura” non sia garantita dal successo nel percorso scolastico
(Kroger, 2000)..
D’altra parte, dall’indagine Pisa emerge come alti punteggi
sul “sapere”possano non corrispondere a livelli di motivazione,
autoefficacia, attribuzione di valore ecc., altrettanto alti (e
viceversa). E a ciò si aggiunge come proprio le nazioni che
risultano più eccelse rispetto alle competenze dei propri
15enni, siano anche quelle più esposte a forme di disagio
giovanile: ne è un esempio il tasso di suicidi particolarmente
elevato in Finlandia.
Sul piano del vissuto degli allievi, dietro alla carenza di competenza
dei ragazzi, da un lato vi possono essere diligenti “spiegazioni
dei contenuti”, che però non arrivano ai ragazzi, in
quanto esse non s’inseriscono in una corrispondenza di significati
attribuiti agli obiettivi dell’apprendimento o in una gestione
adeguata dei tempi e dei modi di esplorazione dei contenuti da apprendere.
Dall’altro spesso emerge come non si sia costruita la fiducia
necessaria affinché i ragazzi che non hanno compreso possano
attivamente chiedere e negoziare strategie alternative e integrative,
in modo da non restare indietro.
A partire da queste riflessioni, uno tra gli strumenti
ideati nel corso della ricerca ed interessante al fine di rilevare
tali aspetti è la batteria di item sulla “Percezione
del Setting” (Bonica, 2001; 2006). Tale strumento intende
rilevare gli aspetti più contestualizzati del processo di
apprendimento e considera i seguenti fattori: Senso personale di
controllo e soddisfazione, relazione con i docenti intorno al compito
di apprendimento-insegnamento, relazione con i compagni di classe,
appartenenza e condivisione degli obiettivi, rapporto scuola-famiglia.
Delle prime elaborazioni di adattabilità e trasferibilità
(studio su 800 soggetti con diversi percorsi scolastici) dello strumento
sono emersi risultati incoraggianti e alcuni item della batteria
sono giù stati utilizzati all’interno di indagini campionarie
individuando un loro importante effetto su variabili di benessere
(Cavalli, 2007).
Secondo punto:
In relazione alla seconda linea di approfondimento, un primo aspetto
emerso dalla ricerca è l’importanza che la valutazione
sia fondata su criteri di congruenza e trasparenza che i ragazzi
possano gradualmente applicare in modo autonomo alla propria attività,
in modo che si costruisca una corrispondenza tra etero e autovalutazione.
La conquista della fiducia nella propria capacità di anticipare
il giudizio dell’esperto consente anche di ammettere i propri
limiti o chiedere aiuto, senza per questo sentirsi penalizzati.
Operativamente ciò implica il riconoscimento di una sostanziale
continuità tra il momento “ufficiale della valutazione”
e le modalità di gestione della comunicazione (più
o meno congruenti, più o meno incoraggianti e responsabilizzanti
o penalizzanti), in tutti gli altri momenti scolastici. E’
proprio di questo processo relazionale di valutazione, spesso tacito
ma continuo e prolungato nel tempo, che i ragazzi tengono conto
quando si trovano di fronte al quadro degli esiti finali.
Un secondo aspetto importante riguarda l’aver rilevato come
la valutazione in itinere debba essere orientata alla comprensione
profonda e non solo al compromesso delle “risposte corrette”,
avulse da una sfida effettivamente condivisa con i docenti riguardo
al proprio futuro. In fase di verifica, essa dovrebbe potersi applicare
a competenze che consentano integrazioni opportune tra ambiti disciplinari
e tra teoria e pratica e implichino obiettivi visibili e proiettabili
in senso di padronanza, di responsabilità e di progetti socialmente
condivisi.
Le nostre osservazioni dimostrano che a queste condizioni l’aiuto
è attivamente e autenticamente ricercato, il rigore e la
differenziazione dei giudizi diventa una conseguenza compresa dai
ragazzi, scatta alleanza e gratitudine nei confronti dei docenti.
Sulla base di queste riflessioni si possono concepire
strumenti, utilizzabili anche dagli stessi insegnanti, che consentano
una verifica di queste dimensioni e una valorizzazione del processo
di valutazione come promotore dell’apprendimento stesso.
Focalizzandoci soprattutto su questo aspetto verranno presentati
alcuni strumenti e se ne proporranno momenti e forme di somministrazione
che valorizzino le microtransizioni scolastiche e la dimensione
del “confronto”, come procedura che favorisce la riflessività
per il rispondente e informazioni maggiormente contestualizzate
per l’insegnante o il ricercatore.
Tra gli strumenti si considera l’utilizzo della batteria sulla
“Percezione del Setting” al fine di rilevare il “confronto”
tra contesti di apprendimento all’interno di specifiche micro-transizioni
(es. tra cicli di scuola). A ciò si aggiungono una serie
di materiali di natura più etnografica e narrativa come i
diari dello stupore, i racconti di esperienza ottimale nell’apprendimento
e i racconti di cambiamento nell’ambito delle competenze e
del Sé, che possono costituire delle fonti di documentazione
e di elaborazione importanti sia per gli insegnanti sia per i ricercatori
che intendano valutare in itinere il processo stesso di apprendimento.
Considerazioni finali
In sintesi, l’analisi dei questionari e dei racconti di questi
ragazzi, passati dall’insuccesso al successo scolastico, suggerisce
uno sforzo per fare in modo che alla cultura della valutazione si
accompagni la cultura dell’aiuto, dell’incoraggiamento,
della collaborazione tra istituzioni (sia nei confronti dei ragazzi
che tra gli insegnanti), in alternativa al rischio dell’inasprirsi
della paura del giudizio, vissuto come una potenziale “minaccia
individuale”.
Probabilmente, se parallelamente alla cultura della valutazione
non si diffonde una cultura che riconosca e dia voce al potenziale
riflessivo delle microtransizioni scolastiche , e alle strategie
relazionali dell’aiuto e della co-responsabilizzazione, la
valutazione verrà vissuta come una punizione incombente,
che si cercherà di aggirare in ogni modo. Gli esempi, anche
dopo l’indagine Pisa, non mancano.
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